Migrazioni: due autrici a confronto

Il libro di Fracesca Mannocchi è un pugno allo stomaco: mi ha quasi tolto la voglia di leggere ancora di questo tema eppure so che voglio e devo andare avanti.

Il suo è il racconto romanzato della situazione libica, prima dell’attuale conflitto, frutto della sua grande esperienza come giornalista in quell’area del Mediterraneo. Io Khaled vendo uomini e sono innocente è un libro dove non vi è traccia della differenziazione tra bene e male: io che credevo, e spesso continuo a sostenere, che ovunque e in qualunque situazione ci sia la possibilità di scegliere da che parte stare ho davvero faticato a leggere questo romanzo. Non dico che sia brutto, semplicemente mi ha reso inaccettabile ogni singola riga pur sapendo molto bene in coscienza che era mio dovere andare avanti. Ho pensato fino alla fine che Khaled potesse essere un trafficante di uomini diverso da tutti gli altri ma ho scoperto che era soltanto, come anche lui si autodefinisce, un pesce abbastanza piccolo da restare semi-nascosto e abbastanza grande da crearsi una fama e un futuro in un paese dilaniato da venti di morte continui. Ciò che mi ha più scioccato è la banalità del male raccontato, la modalità con cui l’autrice ha scelto di metterci di fronte al problema Libia, agli stupri, ai rapimenti, alle torture. La domanda che mi sono fatta più spesso era “perché”: perchè non smettono? perché nessuno agisce per il bene dell’altro essere umano, perché nessuno li ferma, perché noi italiani siamo conniventi con tutto ciò e, infine, che cosa posso fare io? La mia solita domanda.

Consiglierei questo libro? Sì ma se avete cuore di leggere pagine intrise di male con la consapevolezza che siamo tutti conniventi, che lasciando la Libia da sola, anzi spesso accompagnandola in un processo che non è in grado di gestire, stiamo lasciando che tutto ciò accada. Noi lasciamo che accada. Informarci, come dico spesso in questo periodo, è l’unica arma che abbiamo per contrastare le bugie e le mezze frasi. Usiamola, informiamoci, leggiamo, andiamo a fondo.

Il libro di Cristina Cattaneo è diventato virale: da poche righe in cui questo forte medico legale milanese racconta la scoperta che, cucite nelle fodere degli abiti dei migranti che muoiono nei naufragi del Mediterraneo , ci sono pezzi di vita, tra cui la pagella di un ragazzino che sperava di trovare la vita nel nostro Paese, il mondo dei social si è attivato per raccontarne la storia. In realtà Naufraghi senza volto è un resoconto dettagliato di come il Labanof, struttura d’avanguardia dell‘Università di Milano nel campo della medicina legale, sia diventato il capofila della prima operazione europea di recupero e riconoscimento dei morti nel Mediterraneo. Un lavoro che parte da un assunto fondamentale: è necessario per salvaguardare i vivi, dare un nome ai morti, consentire la sepoltura e il rilascio di pratiche burocratiche che possono alleviare le sofferenze dei parenti rimasti. La grande umanità e professionalità mostrata dall’autrice rivela come l’Italia sia ancora un Paese di forti intenti di ospitalità verso i prossimi, verso gli ultimi della Terra e di quanto sia ancora capace di divenire avanguardistico nei campi più disparati. Ne emerge anche un quadro positivo e qualificante delle nostre forze dell’ordine, unitesi ai medici legali di mezza Europa per permettere i maggiori riconoscimenti.

Un libro che consiglio vivamente per porci quelle domande a cui spesso non pensiamo e per respirare aria di umanità e di amore verso chi ci circonda.

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