Il nome della rosa – Umberto Eco

eco - il nome della rosa

Ho smesso di seguire i consigli degli altri e seguo il mio istinto. Di solito funziona.

Ho avuto una paura matta di leggere questo capolavoro per un sacco di anni, più o meno da quando al liceo era una delle letture preferite dai prof che ci dicevano che non si poteva non leggerlo.

Come è andata, allora, che me lo sono presa tra le braccia e l’ho cullato fino alla fine?

E’ andata che, anche quest’anno, partecipo ad una challenge a tema libri e serviva un libro ambientato nel Medioevo. E’ andata che quest’anno, proprio questo mese, un virus ci tiene in quarantena a casa, nessuna uscita non necessaria, tanto tempo e tanta voglia di leggere qualcosa di bello. Ed ho iniziato il nome della rosa.

E’ stato complicato leggerlo tutto, sopratutto la prima parte, colma di latino non tradotto e caratterizzata da una continua dissertazione filosofico-teologica sul bene, il male, Dio, il riso, le eresie e le filosofie medievali.

Un antico manoscritto racconta la storia di un libro che diviene la scusa narrativa per entrare all’interno di un monastero dell’Italia settentrionale e al ritmo della liturgia delle ore quotidiane, in sette giorni, vivere uno dei thriller più emozionanti di sempre con omicidi, monaci sodomiti e dediti alla carnalità più che alla spiritualità, una biblioteca che cela dentro di sé innumerevoli segreti e che nasconde insidiose trappole per tenere lontani i curiosi e due monaci venuti in soccorso all’Abate, capo del monastero, per trovare una soluzione agli omicidi e agli eventi poco chiari che accadono nottetempo nell’abazia.

Il linguaggio è sicuramente difficile, spesso ridondante nelle descrizioni delle teorie eresiache o filosofiche, ma accattivante e rapido, incalzante quasi nel racconto più “giallo”, quello che contraddistingue le diverse modalità delle morti inspiegabili e le ricerche dei due frati, Guglielmo e Adso, il narratore.

Quello che ho amato di più è stato da una parte, durante la lettura, l’ambientazione, così realistica, così capace di catapultare dentro una realtà insondabile; dall’altra il linguaggio, o meglio, l’alta narrativa che Eco riesce a fare in questo libro da 700 pagine. Il tempo del racconto, breve se paragonato alla vita reale, diviene decisamente un tempo lungo, a volte sospeso, se considerato nella sua forza narrante, nel mondo di possibilità che, attraverso le dissertazioni dei protagonisti, si apre pagina dopo pagina.

Mi sono resa conto che ogni classico ha il suo tempo per essere assaporato, che non è facile raccogliere la sfida di leggerne uno, ma che se il momento della lettura è quello giusto allora, di sicuro, rimarrà impresso nella mente e nel cuore.

Sotto le 300 parole #1

Come ogni blogger che si rispetti, ecco la mia newsletter.

In questo numero #1 poche parole, giusto due righe per dirvi che cosa e perché.

Il quando e quanto, anche se sempre “Sotto le 300 parole”, lo deciderà la mia vena artistica e il tempo a disposizione, sempre feroce nel suo scorrere via veloce.

Come foglie d’autunno…

ovvero che cosa?

Inizierò con una citazione dal libro che sto leggendo, qualcosa che mi ha colpita.

…nei libri che leggo…

ovvero come?

Da quelle poche righe ci ricamerò sopra qualcosa: pensieri sparsi, una storia nella storia, una riflessione, un invito, una serie di domande. Chi lo sa? Mi lascerò trasportare dalle parole e dalle sensazioni. Un immenso e felice esercizio di scrittura creativa.

…le onde che s’infrangono

ovvero a voi la parola.

Perché, poi, rimarrò a disposizione per sentirvi raccontare la vostra, di impressione. Perché mi sono accorta che se vi lascio spazio, mi raccontate tante cose; mi sono accorta che i messaggi scambiati sanno di buono, come l’erba appena tagliata o le foglie in autunno, quando scricchiolano mentre inizia a piovere. Siete l’onda che s’infrange sulla sabbia e mi piace sedermi ad ascoltare.

Inizio io però, come a scuola, che se non si da il via si aspetta in eterno.

Mi piace raccontare, mi piace scrivere, ho voglia di creare un discorso.

Vedere la relazione che effetto fa.

Il tempo vola via veloce, vorrei fare tanto, scrivere tanto, immaginare ancor di più e mettere per iscritto quello che penso. A volte, spessissimo in realtà, non ne ho il coraggio. Oggi ci provo, oggi vi invio la mia newsletter, la vecchia lettera che vi arriva nella vostra buca delle lettere personale. Così mi leggete e ci raccontiamo. Le scadenze nel tempo libero non sono il mio forte, per cui vi farò da sorpresa non appena l’ispirazione avrà lo spazio nelle mie giornate.

Vi aspetto, alla NEWSLETTER prossima.

Michela

Migrazioni: due autrici a confronto

Il libro di Fracesca Mannocchi è un pugno allo stomaco: mi ha quasi tolto la voglia di leggere ancora di questo tema eppure so che voglio e devo andare avanti.

Il suo è il racconto romanzato della situazione libica, prima dell’attuale conflitto, frutto della sua grande esperienza come giornalista in quell’area del Mediterraneo. Io Khaled vendo uomini e sono innocente è un libro dove non vi è traccia della differenziazione tra bene e male: io che credevo, e spesso continuo a sostenere, che ovunque e in qualunque situazione ci sia la possibilità di scegliere da che parte stare ho davvero faticato a leggere questo romanzo. Non dico che sia brutto, semplicemente mi ha reso inaccettabile ogni singola riga pur sapendo molto bene in coscienza che era mio dovere andare avanti. Ho pensato fino alla fine che Khaled potesse essere un trafficante di uomini diverso da tutti gli altri ma ho scoperto che era soltanto, come anche lui si autodefinisce, un pesce abbastanza piccolo da restare semi-nascosto e abbastanza grande da crearsi una fama e un futuro in un paese dilaniato da venti di morte continui. Ciò che mi ha più scioccato è la banalità del male raccontato, la modalità con cui l’autrice ha scelto di metterci di fronte al problema Libia, agli stupri, ai rapimenti, alle torture. La domanda che mi sono fatta più spesso era “perché”: perchè non smettono? perché nessuno agisce per il bene dell’altro essere umano, perché nessuno li ferma, perché noi italiani siamo conniventi con tutto ciò e, infine, che cosa posso fare io? La mia solita domanda.

Consiglierei questo libro? Sì ma se avete cuore di leggere pagine intrise di male con la consapevolezza che siamo tutti conniventi, che lasciando la Libia da sola, anzi spesso accompagnandola in un processo che non è in grado di gestire, stiamo lasciando che tutto ciò accada. Noi lasciamo che accada. Informarci, come dico spesso in questo periodo, è l’unica arma che abbiamo per contrastare le bugie e le mezze frasi. Usiamola, informiamoci, leggiamo, andiamo a fondo.

Il libro di Cristina Cattaneo è diventato virale: da poche righe in cui questo forte medico legale milanese racconta la scoperta che, cucite nelle fodere degli abiti dei migranti che muoiono nei naufragi del Mediterraneo , ci sono pezzi di vita, tra cui la pagella di un ragazzino che sperava di trovare la vita nel nostro Paese, il mondo dei social si è attivato per raccontarne la storia. In realtà Naufraghi senza volto è un resoconto dettagliato di come il Labanof, struttura d’avanguardia dell‘Università di Milano nel campo della medicina legale, sia diventato il capofila della prima operazione europea di recupero e riconoscimento dei morti nel Mediterraneo. Un lavoro che parte da un assunto fondamentale: è necessario per salvaguardare i vivi, dare un nome ai morti, consentire la sepoltura e il rilascio di pratiche burocratiche che possono alleviare le sofferenze dei parenti rimasti. La grande umanità e professionalità mostrata dall’autrice rivela come l’Italia sia ancora un Paese di forti intenti di ospitalità verso i prossimi, verso gli ultimi della Terra e di quanto sia ancora capace di divenire avanguardistico nei campi più disparati. Ne emerge anche un quadro positivo e qualificante delle nostre forze dell’ordine, unitesi ai medici legali di mezza Europa per permettere i maggiori riconoscimenti.

Un libro che consiglio vivamente per porci quelle domande a cui spesso non pensiamo e per respirare aria di umanità e di amore verso chi ci circonda.

Migrazioni: una nuova sezione dedicata ad un mondo in continua evoluzione

Il cuore. E’ il mio cuore che entra in questa nuova sezione, come in tutte le altre. Ogni giorno vedo o leggo di migranti che perdono la vita per arrivare sulle nostre coste o che vengono torturati e violati nel profondo per un desiderio innato di felicità. E, parallelamente, sento troppi che continuano a vedere in loro una minaccia: a noi, al nostro benessere, alla nostra salute.

Mi chiamano “Mama Africa” in senso dispregiativo, mi dicono “Eh vabbé ma tu…” intendendo che mi vedono come se fossi una collaborazionista delle guerre passate, una che ad occhi chiusi ha scelto da che parte stare.

Ma non è così.

Per anni ho studiato di guerre e persecuzioni nel mondo, per anni ho letto delle armi utilizzate nelle guerre più recenti, ho studiato le connivenze dei governi, gli scambi di “occhi chiusi” per poter supportare l’ennesimo sporco traffico. Tutto era però passato. Successo in paesi lontani di epoche che non avevo vissuto in prima persona, avevo solo i racconti. E poi, sono diventata mamma. Che non è che ha cambiato tutto il mio vedere il mondo ma mi ha portato a chiedermi in modo sempre più forte che tipo di persona voglio diventare – un po’ come Patrick Swayze in Dirty Dancing – e un po’ come Baby scelgo di fare qualcosa per chi è nato nella parte sbagliata di mondo, sempre che la mia sia quella giusta.

Così ho iniziato a chiedermi che cosa potessi fare in prima persona, che cosa avrei potuto raccontare a mia figlia quando avrebbe letto, nei prossimi decenni, la storia di oggi. E mi sono trovata a dirmi che avrei tanto voluto raccontarle che avevo fatto quello che riuscivo e che in questo momento ero capace a fare meglio: leggere e scrivere di migrazioni. Ho conosciuto per caso Staffetta Umanitaria, un progetto giovane, fatto da donne giovani e preparate, che si propone come obiettivo, tra gli altri, di creare una cultura condivisa sui temi di immigrazione e razzismo. Non potevo far finta di nulla, anzi, dovevo cogliere la palla al balzo.

Ho deciso allora di partecipare, anche se quasi sempre in ritardo, ai loro Gruppi di Lettura Mensili e di scegliere le mie letture sul tema basandomi sui loro consigli. Dalle graphic novel ai saggi, fino ai romanzi, con loro si viaggia nel mondo dell’altro, cercando di capire, attraverso i racconti, un universo che rimane spesso così distante da apparire estraneo.

Le recensioni le troverete sempre sulla mia pagina Instangram e Facebook e qui ne metterò gli approfondimenti: è un po’ che lavoro così per il blog – rimasto muto per quasi un anno di nuovo – lasciando scorrere le mie prime impressioni sui social e facendo decantare le parole in modo da poterne scriverne meglio qui. Accanto alle recensioni dei libri, spero di poter scrivere qualcosa di ragionato su rapporti o discorsi che trovo nel web e che, a mio avviso, meritano la nostra riflessione. Come sempre, spero di dare luce alle nostre domande e, come sempre, sarò pronta a rispondere a chiunque vorrà passare di qui e raccontarmi le sue.

Recensioni Primavera – Estate 2018: i miei #Maancheno

Se ve li siete persi o semplicemente non li avete letti mese per mese, ecco il #repost dei miei #Maancheno primavera – estate, in attesa dell’autunno. Continua a leggere

Consiglio di lettura #5: libri morbidi per bambini.

Questo quinto consiglio di lettura lo dedico a coloro che sono i veri lettori di domani. La lettura si impara da piccoli, noi mamme dobbiamo solo dotarci degli strumenti più giusti. Continua a leggere

Consiglio di lettura #4: libro o e-reader?

Una delle domande che mi fanno spesso è: ma preferisci il libro o l’e-reader? Il libro ovviamente, il digitale, per me, non ha nessuna chance di vincere contro il libro. Eppure…

Eppure una nota positiva gliel’ho trovata al mio Kobo. Me lo porto in vacanza. Continua a leggere