23 luglio: sbagliando s’impara

una medusa nel mare bluPotrei dire tradendo s’impara.

Ho imparato almeno due volte grazie ad un tradimento. Il mio, quello che mi ha reso protagonista.

Ero a Roma, città magica. Ero giovane e incatenata, ma non riuscivo a capirlo. Cercavo aria e acqua allo stesso tempo. Aria da respirare, acqua da cui riemergere.

E’ stato quando ci siamo presi la mano, avvinghiati, attaccati. Desiderosi entrambi di riconquistarci la libertà perduta. Avvelenati da parole ed azioni malandate, sbagliate, che ci avevano già così feriti.

E’ stata una frase, “Qualcuno si è dimenticato di te”, a farmi riemergere.

Quel qualcuno a cui avevo messo nelle mani la mia debole vita si era dimenticato di me.

Poi i baci, che mi hanno fatto capire chi ero e chi volevo diventare, perché volevo essere. Io sopra ogni cosa.

Ho imparato che volevo di più, che volevo di meglio, che volevo volare. Che se dovevo essere due, invece che sola, bramavo il massimo.

Ho imparato che è facile cadere, ma che a volte è l’unica cosa necessaria, quella che davvero ci cambia la vita. Ho abbandonato quella paura primordiale di non essere abbastanza. E ho amato. Come mai prima nella mia vita.

Ho amato senza riserve per un tempo infinitesimo ma che mi ha dato l’eternità. Ho amato me. Al di sopra degli altri. Ed ho capito che quella era l’unica vera soluzione possibile.

Da lì ho amato anche gli altri, da lì ho ripreso a respirare e a buttarmi nell’acqua, da lì sono state possibili tutte le altre scelte. Perché la riserva d’amore per me stessa l’avevo trovata e non l’avrei lasciata andare.

Sei stato aria e vita nuova, hai svecchiato quello che avevo nascosto in profondità, mi hai aperto all’amore quello vero, quello che ti fa chiamare l’altro famiglia.

Grata a te Tradimento, che mi hai mostrato un’altra faccia di me. Non ne sono fiera, ma mi hai fatto ripartire come nessuno mai.

#lamiavitaapuntate #fallimentiilluminanti

22 luglio: la decisione difficile

La vita cambia. Sono ancora fermamente convinta che cambia con le nostre scelte e, a volte, nonostante tutto, non ce ne pentiamo perché vira in meglio.

Ero in una cappella africana, in Mozambico, piangevo davanti a suor Dina perché sapevo cosa fare ma non volevo farlo.

Io, quella del calcolo e delle regole, buttavo all’aria tutto.

Per primi i sacrifici dei miei genitori. Almeno così credevo.

Gettavo via lavoro e soldi, ma anche dolore e frustrazione, inadeguatezza e tanta, tantissima tristezza. Di quelle che ti guardi allo specchio e vomiti bile.

Ho scelto di riprendere a studiare senza sapere che fare oltre a quello, senza sapere dove andare. Mi sono imbarcata in un viaggio lungo cinque anni, quando ancora la mia bambina doveva arrivare e il mio matrimonio aveva già scelto di aprirsi a lei.

Il viaggio alla fine mi ha richiesto sei anni di vita, troppe cene mancate e tanti weekend da sola, ma alla fine lei ha saltato di gioia, mi ha detto “Mamma sono fiera di te” ed io mi sono sciolta.

Amore mio, è stata dura, per te più che per me forse, ma ti ho resa fiera.

Non chiedevo di più, né di meglio.

La sensazione di rimanere intontiti.

libro blu elettrico di Esperance RipantiAvete presente i piatti, lo strumento musicale? Immaginate di essere in mezzo a due piatti giganti che ad un tratto “sbang”. Suonano. La testa rimbomba e le orecchie fischiano, il mondo gira, è un vortice di domande. Il cuore batte più forte. La pancia stride.

Può un libro fare tutto questo? Non lo so, di sicuro possono farlo parole le une accanto alle altre, in un’inesauribile richiesta di spazio. Di voce. Continua a leggere

21 luglio: dove sei nata?

E’ il primo articolo di un contest di scrittura creativa nato su Instangram grazie ad Arianna Lai. Due settimane per parlare di noi.

Ci provo!

La mia terra è una terra di confine. Da una parte le fabbriche, dall’altra i prati, sterminati. In mezzo un fiume d’asfalto che dopo la curva racchiude il pericolo. Quanti ne ho visti schiantarsi per aver perso la rotta.

La mia terra è fatta di mattoni, quelli che si producevano nelle Fornaci sparse qui e là: le foto del passato sono rosse di terra, sarà per quello che il rosso mi è rimasto addosso, come una sensazione che non vola via?

La mia terra è sempre stata a metà di qualcosa, un luogo di passaggio dove pochi desideravano fermarsi, una terra tra il qui e l’altrove, nel centro, ma spinta un po’ più verso l’orizzonte. Mai immobile, eppure sempre profondamente uguale, ha visto gli uomini e le donne cambiare nella stessa sempiterna operosità.

Di questa terra mi porto lo sguardo: su un punto migliore di quello che c’è, orientato alla novità di una terra promessa, smanioso di mettere le mani in pasta per costruire qualcosa di inaspettato, nuovo e durevole. Così da lasciare qualcosa a chi, camminando, vi inciampa in giorni futuri.

La mia terra è una terra di confine, chissà dove porta la marea grigia?

La mia terra è una terra di confine e, dentro, mi porto la smania dei pirati.

 

Sotto le 300 parole #1

Come ogni blogger che si rispetti, ecco la mia newsletter.

In questo numero #1 poche parole, giusto due righe per dirvi che cosa e perché.

Il quando e quanto, anche se sempre “Sotto le 300 parole”, lo deciderà la mia vena artistica e il tempo a disposizione, sempre feroce nel suo scorrere via veloce.

Come foglie d’autunno…

ovvero che cosa?

Inizierò con una citazione dal libro che sto leggendo, qualcosa che mi ha colpita.

…nei libri che leggo…

ovvero come?

Da quelle poche righe ci ricamerò sopra qualcosa: pensieri sparsi, una storia nella storia, una riflessione, un invito, una serie di domande. Chi lo sa? Mi lascerò trasportare dalle parole e dalle sensazioni. Un immenso e felice esercizio di scrittura creativa.

…le onde che s’infrangono

ovvero a voi la parola.

Perché, poi, rimarrò a disposizione per sentirvi raccontare la vostra, di impressione. Perché mi sono accorta che se vi lascio spazio, mi raccontate tante cose; mi sono accorta che i messaggi scambiati sanno di buono, come l’erba appena tagliata o le foglie in autunno, quando scricchiolano mentre inizia a piovere. Siete l’onda che s’infrange sulla sabbia e mi piace sedermi ad ascoltare.

Inizio io però, come a scuola, che se non si da il via si aspetta in eterno.

Mi piace raccontare, mi piace scrivere, ho voglia di creare un discorso.

Vedere la relazione che effetto fa.

Il tempo vola via veloce, vorrei fare tanto, scrivere tanto, immaginare ancor di più e mettere per iscritto quello che penso. A volte, spessissimo in realtà, non ne ho il coraggio. Oggi ci provo, oggi vi invio la mia newsletter, la vecchia lettera che vi arriva nella vostra buca delle lettere personale. Così mi leggete e ci raccontiamo. Le scadenze nel tempo libero non sono il mio forte, per cui vi farò da sorpresa non appena l’ispirazione avrà lo spazio nelle mie giornate.

Vi aspetto, alla NEWSLETTER prossima.

Michela

Il nome della rosa – Umberto Eco

eco - il nome della rosa

Ho smesso di seguire i consigli degli altri e seguo il mio istinto. Di solito funziona.

Ho avuto una paura matta di leggere questo capolavoro per un sacco di anni, più o meno da quando al liceo era una delle letture preferite dai prof che ci dicevano che non si poteva non leggerlo.

Come è andata, allora, che me lo sono presa tra le braccia e l’ho cullato fino alla fine?

E’ andata che, anche quest’anno, partecipo ad una challenge a tema libri e serviva un libro ambientato nel Medioevo. E’ andata che quest’anno, proprio questo mese, un virus ci tiene in quarantena a casa, nessuna uscita non necessaria, tanto tempo e tanta voglia di leggere qualcosa di bello. Ed ho iniziato il nome della rosa.

E’ stato complicato leggerlo tutto, sopratutto la prima parte, colma di latino non tradotto e caratterizzata da una continua dissertazione filosofico-teologica sul bene, il male, Dio, il riso, le eresie e le filosofie medievali.

Un antico manoscritto racconta la storia di un libro che diviene la scusa narrativa per entrare all’interno di un monastero dell’Italia settentrionale e al ritmo della liturgia delle ore quotidiane, in sette giorni, vivere uno dei thriller più emozionanti di sempre con omicidi, monaci sodomiti e dediti alla carnalità più che alla spiritualità, una biblioteca che cela dentro di sé innumerevoli segreti e che nasconde insidiose trappole per tenere lontani i curiosi e due monaci venuti in soccorso all’Abate, capo del monastero, per trovare una soluzione agli omicidi e agli eventi poco chiari che accadono nottetempo nell’abazia.

Il linguaggio è sicuramente difficile, spesso ridondante nelle descrizioni delle teorie eresiache o filosofiche, ma accattivante e rapido, incalzante quasi nel racconto più “giallo”, quello che contraddistingue le diverse modalità delle morti inspiegabili e le ricerche dei due frati, Guglielmo e Adso, il narratore.

Quello che ho amato di più è stato da una parte, durante la lettura, l’ambientazione, così realistica, così capace di catapultare dentro una realtà insondabile; dall’altra il linguaggio, o meglio, l’alta narrativa che Eco riesce a fare in questo libro da 700 pagine. Il tempo del racconto, breve se paragonato alla vita reale, diviene decisamente un tempo lungo, a volte sospeso, se considerato nella sua forza narrante, nel mondo di possibilità che, attraverso le dissertazioni dei protagonisti, si apre pagina dopo pagina.

Mi sono resa conto che ogni classico ha il suo tempo per essere assaporato, che non è facile raccogliere la sfida di leggerne uno, ma che se il momento della lettura è quello giusto allora, di sicuro, rimarrà impresso nella mente e nel cuore.

Migrazioni: due autrici a confronto

Il libro di Fracesca Mannocchi è un pugno allo stomaco: mi ha quasi tolto la voglia di leggere ancora di questo tema eppure so che voglio e devo andare avanti.

Il suo è il racconto romanzato della situazione libica, prima dell’attuale conflitto, frutto della sua grande esperienza come giornalista in quell’area del Mediterraneo. Io Khaled vendo uomini e sono innocente è un libro dove non vi è traccia della differenziazione tra bene e male: io che credevo, e spesso continuo a sostenere, che ovunque e in qualunque situazione ci sia la possibilità di scegliere da che parte stare ho davvero faticato a leggere questo romanzo. Non dico che sia brutto, semplicemente mi ha reso inaccettabile ogni singola riga pur sapendo molto bene in coscienza che era mio dovere andare avanti. Ho pensato fino alla fine che Khaled potesse essere un trafficante di uomini diverso da tutti gli altri ma ho scoperto che era soltanto, come anche lui si autodefinisce, un pesce abbastanza piccolo da restare semi-nascosto e abbastanza grande da crearsi una fama e un futuro in un paese dilaniato da venti di morte continui. Ciò che mi ha più scioccato è la banalità del male raccontato, la modalità con cui l’autrice ha scelto di metterci di fronte al problema Libia, agli stupri, ai rapimenti, alle torture. La domanda che mi sono fatta più spesso era “perché”: perchè non smettono? perché nessuno agisce per il bene dell’altro essere umano, perché nessuno li ferma, perché noi italiani siamo conniventi con tutto ciò e, infine, che cosa posso fare io? La mia solita domanda.

Consiglierei questo libro? Sì ma se avete cuore di leggere pagine intrise di male con la consapevolezza che siamo tutti conniventi, che lasciando la Libia da sola, anzi spesso accompagnandola in un processo che non è in grado di gestire, stiamo lasciando che tutto ciò accada. Noi lasciamo che accada. Informarci, come dico spesso in questo periodo, è l’unica arma che abbiamo per contrastare le bugie e le mezze frasi. Usiamola, informiamoci, leggiamo, andiamo a fondo.

Il libro di Cristina Cattaneo è diventato virale: da poche righe in cui questo forte medico legale milanese racconta la scoperta che, cucite nelle fodere degli abiti dei migranti che muoiono nei naufragi del Mediterraneo , ci sono pezzi di vita, tra cui la pagella di un ragazzino che sperava di trovare la vita nel nostro Paese, il mondo dei social si è attivato per raccontarne la storia. In realtà Naufraghi senza volto è un resoconto dettagliato di come il Labanof, struttura d’avanguardia dell‘Università di Milano nel campo della medicina legale, sia diventato il capofila della prima operazione europea di recupero e riconoscimento dei morti nel Mediterraneo. Un lavoro che parte da un assunto fondamentale: è necessario per salvaguardare i vivi, dare un nome ai morti, consentire la sepoltura e il rilascio di pratiche burocratiche che possono alleviare le sofferenze dei parenti rimasti. La grande umanità e professionalità mostrata dall’autrice rivela come l’Italia sia ancora un Paese di forti intenti di ospitalità verso i prossimi, verso gli ultimi della Terra e di quanto sia ancora capace di divenire avanguardistico nei campi più disparati. Ne emerge anche un quadro positivo e qualificante delle nostre forze dell’ordine, unitesi ai medici legali di mezza Europa per permettere i maggiori riconoscimenti.

Un libro che consiglio vivamente per porci quelle domande a cui spesso non pensiamo e per respirare aria di umanità e di amore verso chi ci circonda.